mercoledì 15 ottobre 2008

MESTIERI AMBITI, STAGE INFINITI - E NEANCHE L'OMBRA DI UN QUATTRINO

Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare, diceva qualcuno (secondo alcuni Luigi Barzini jr, secondo altri Mario Missiroli... chissà). E certo è vero che ci sono mestieri più ambiti di altri. L'elenco sarebbe troppo lungo - per capirci, la categoria di lavori cultural-artistico-intellettuali: università, teatri, fondazioni, musei, sale da concerto, redazioni tv, agenzie di pubblicità e comunicazione... Ambienti dove nella maggior parte dei casi sembra che «parlare di soldi sia volgare» denuncia Manuela, trentaduenne con parecchi lavori sottopagati alle spalle e una grande voglia di cambiare questa situazione.
Manuela continua specificando che chi fa questi lavori «privilegiati
» dovrebbe (secondo i datori di lavoro) sentirsi «onorato di compiere la missione di portare "il sapere" nel mondo»: e pertanto non chiedere soldi, accettare contrattini di stage o poco più, e stare zitti e buoni. Naturalmente questo crea una sorta di discriminazione, perchè i missionari della cultura non possono che avere alle spalle famiglie abbienti - per potersi permettere di lavorare senza essere pagati. «Col risultato che la "missione" si tinge di snobismo» conclude Manuela «Ed è questa ipocrisia di fondo, oltre naturalmente allo sfruttamento, a farmi rabbia».
Qualcuno dirà: è la legge della domanda e dell'offerta. Io rispondo: in parte è vero. Ma è accettabile che migliaia di ragazzi vengano spremuti come limoni nell'attesa di un millantato contratto serio? E' accettabile che nessuno debba rendere conto per
«l’implicito ricatto» (la definizione è di Manuela) che troppo spesso viene fatto ai giovani, e cioè "Lavora gratis e senza rompere le scatole se vuoi che in futuro ti assumiamo per davvero"?
Dove sta scritto che
giovani ricercatori, giornalisti, redattori di case editrici, organizzatori di concerti e spettacoli debbano essere sottopagati quando è ben chiaro che qualcuno, sopra di loro o anche accanto a loro, guadagna lautamente sul loro lavoro quasi gratuito?

10 commenti:

Anonimo ha detto...

Sono totalmente d'accordo con il post.E allora cominciamo nel nostro piccolo a distruggere questo sistema, facciamo quello che ognuno di noi può fare nel suo piccolo:RIFIUTIAMO GLI STAGE NON RETRIBUITI, questo lo possiamo fare e subito!io lo sto facendo!e per parafrasare una massima che ha portato gli operai del mondo occidentale a conquistarsi salari decenti: STAGISTI DI TUTTI I PAESI UNITEVI!

Anonimo ha detto...

Vorrei aggiungere che quando uno fa uno stage non retribuito non solo non viene pagato ma ci rimette pure di tasca sua:spese di trasporto come benzina al motorino(e non è poco di questi tempi)o biglietti autobus. Mangiare fuori casa, ecc...e poi il tempo perso:e il tempo è denaro!

benny ha detto...

In un mese e mezzo 150 curriculum inviati,circa 15 colloqui fatti e nessuna proposta ricevuta.

Raffa Santa Precaria ha detto...

anch'io sono d'accordo e ho rifiutato due stage non retribuiti in realtà editoriali proprio per questo motivo....e la mia cognizione non è solo di tipo intellettuale ma proprio fisico: per quasi 4 anni sono stata in un quotidiano, che prende contributi statali, senza ricevere un euro. però ogni giorno lavoravo come tutti gli altri, con la scusa che poi mi avrebbero fatto la pratica per il tesserino. Io non sapevo molto del mestiere che volevo fare, ero in una piccola città dove pareva che le cose andassero solo in questa maniera, ed ho reagito in ritardo... Spero che la mia esperienza possa servire agli altri, è quello che come sai, Eleonora, ho cercato di raccontare anche nel libro "Santa Precaria" dove il giornalista non pagato è addirittura protagonista....

Ilaria ha detto...

Tutto vero, tra l'altro conosco bene la situazione di cui parla Manuela. Non è sempre così, nel senso che ci sono luoghi dove non ti promettono niente che non potranno poi mantenere e ti insegnano molto (bilancio decisamente positivo alla fine). Accanto a ciò è innegabile che coesistano luoghi in cui è un vezzo riempirsi la bocca di parole a cui non seguiranno mai fatti concreti. In questi giorni sto proponendo candidature per semplici collaborazioni ad alcune riviste di cui condivido l'impostazione: vorrei accedere all'albo dei pubblicisti e per farlo ho bisogno di essere retribuita. Non so se qualcuno mi risponderà (non devo avere fretta,Eleonora sa di che parlo!!), ma sono poco fiduciosa. Eppure un "no, grazie" impiega 10 secondi netti ad essere scritto ed inviato. Certo che se invece di una persona sei considerato alla stregua di carne da macello, il discorso cambia.

Anonimo ha detto...

Tutto vero. In ufficio stampa è la stessa cosa: devi ringraziare che "fai comunicazione"... Se poi si tratta di un ufficio stampa culturale (casa editrice per esempio), è ancora peggio. Spesso si è solo dei "mezzemaniche" passacarte (informatiche ormai) schiavizzati e frustrati e sottopagati. Ma fai Cultura! Comunicazione! Va là.. La deriva elitaria è automatica, come nella magistratura, dove se non hai un doppio cognome non conti un cazzo.

edoardo ha detto...

in effetti, la realtà è abbastanza dura per chi vi confronti quotidianamente. Questo è un paese allo sbando (per diverse ragioni) e senza identità. Abbiamo una storia passata di un certo peso ma guardando al futuro ne avremo sempre meno. Lo stage è un diritto/dovere dei giovani, che necessitano di esperienza ( e della opportunità di "sbagliare" come parte della propria formazione). Investire su uno stagista significa investire sulla "formazione", sul rapporto umano e sulla relazione futura. Questo è lo spirito alla base, ad esempio, di molte "knowledge organizations" (consulenza, servizi, informatica, finanza) dove la retribuzione è monetaria (ti permette di sopravvivere, senza eccessi) e "formativa", poiché fornisce framework ed esperienza di tutto rispetto.
In Italia questi contratti di stage e formazione sono da sempre sinonimo di strumenti legali per avere manodopera a basso costo e senza vincoli. Dove si dovrebbero assumere segretarie o altre forme di collaborazione (assistenti di direzione, impiegati generici) si preferisce prendere uno stagista. Perché se "prendi qualcuno in nero" non paghi i contributi, ma rischi. Col contratto di stage contributi e tutele sono minime ed è quasi "vietato" riconoscere un compenso, al massimo si parla di rimborso spese.
Questo accade, tra l'altro, perché si è sempre guardato al personale come "costo" e non come "risorsa" e la legislazione si è sempre mostrata eccessivamente tollerante in quanto concentrata più sugli aspetti formali che sostanziali del rapporto.
Non c'è soluzione imminente a questo fatto. Bisognerebbe rieducare il sistema produttivo, che è di per sé viziato. Si prendano i liberi professionisti (avvocati, commercialisti, etc): lo stipendio di uno stagista verrebbe pagato dal soggetto "ospitante".Che interesse avrebbe quindi a retribuire qualcuno quando lo stipendio di questi sarebbe direttamente sottratto al proprio stipendio?
Riguardo al "fare cultura" è verissimo, ed è frutto di un retaggio di una visione distorta dell'intellettuale. Non stupiamoci: è la stessa cosa che accade con la scuola: insegnanti, docenti, ricercatori. E'
proprio una forma di arretratezza culturale, di iniziativa imprenditoriale distorta in cui si diventa imprenditori ("ci si mette in proprio") proprio per sfuggire alla logica dei sottopagati.

Le leggi ormai sono inutili: ne abbiamo fin troppe e la cronaca quotidiana ci insegna che sono facilmente aggirabili.

A questo punto bisognerebbe stimolare iniziative più diverse con associazioni e ordini professionali e di imprenditori. Qualcosa che suoni come "adotta uno stagista" in cui gli aderenti al programma si impegnano a formare i partecipanti affiancandoli alle "prime linee" e riconoscendo loro un compenso.

I benefici che si otterranno saranno garanzia per il ripetersi dell'evento. Un piccolo passo, certamente, ma un grande inizio per un cambiamento che nasca dal basso. Prereferibile, a mio giudizio, a qualcosa di imposto (e aggirabile)

Anonimo ha detto...

Sono uno dei tanti che si è fatto abbindolare dagli stage truffa e che con piacere nota di non essere solo.
Anche io ho avuto la sventura di accettare di fare uno stage e sono stato assegnato da una banca in provincia di viterbo al lavoro di casseriere presso una delle loro filiali.Al termine dello stage incassato il mio ben servito mi sono rivolto al giudice del lavoro e da 5 anni sono in causa per vedermi riconosciuto il mio lavoro.
ma vi rendete conto??dopo esser stato assegnato al lavoro di cassa, con tutti i rischi che ne comporta, sono 5 anni che aspetto.
c'è nessuno che ha avuto un' esperienza simile?

medicineman ha detto...

non sono giornalista di professione, ma collaboro ad una rivista che si occupa di moto. Il direttore-padrone dice che visto che ho un altro lavoro e che i pezzi che scrivo servono a pompare il mio incomprimibile ego non c'è bisogno che mi paghi. Però questo lo dice, con piccole variazioni sul tema, anche a quelli che un altro lavoro vero non ce l'hanno. Evviva l'abolizione dei contributi statali ai periodici.

Anonimo ha detto...

Ho da poco scoperto che non lavorerò più per una casa editrice perché ci sono gli "stagisti" che possono fare le stesse mansioni che faccio io. E parla una che ha fatto tre stage che non hanno aperto nessuna prospettiva lavorativa, ma solo gonfiato il cv. Ora... quando sono stagista non mi assumono, quando invece faccio la libera professionista mi danno il ben servito perché hanno gli stagisti da far lavorare in nero... c'è qualcosa di diabolico e perverso...