lunedì 29 dicembre 2008

GINEVRA BENINI: ECCO COSA FA L'ISFOL PER GLI STAGISTI ITALIANI

Anche l'Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione dei lavoratori) si occupa di stage. Ecco cosa racconta alla Repubblica degli Stagisti Ginevra Benini, responsabile della sezione «Young» di Orientaonline e della collana «Minlavoro-Isfol orientano alla scoperta delle professioni».
Quando l'Isfol ha iniziato a occuparsi di stage?
Nel 1999, all'indomani della legge. Pubblicammo allora un manuale dedicato alle scuole superiori: «Lo stage e il tirocinio nei percorsi scolastici e formativi - Guida alla progettazione». Fu diffuso sopratutto negli istituti tecnici. Poi ci accorgemmo che il settore più scoperto restava quello degli stage promossi dai centri per l'impiego; così nel 2006 preparammo il «Manuale di orientamento per il tirocinante in cerca di lavoro» [a cura della stessa
Benini, ndr - nell'immagine, la copertina]. Il libro venne presentato nel corso di un convegno a cui avevamo invitato i rappresentanti degli oltre 600 centri per l'impiego sparsi sul territorio.
A chi era rivolto questo secondo manuale?
A chiunque fosse uscito d
a un percorso formativo e volesse avvicinarsi al mondo del lavoro attraverso un tirocinio. Anche se poi questa, a dirla tutta, è un'anomalia italiana: in altri Paesi gli stage vengono fatti principalmente durante il percorso formativo, e non dopo! In ogni caso, i ragazzi italiani lo stage lo fanno prima, durante e dopo: e avevano davvero bisogno di un guida, se si pensa che il libro è arrivato alla terza edizione con una tiratura di oltre 20mila copie.
L'ultimo arrivato,
«Progetta il tuo stage in Europa», a che quota è?
Già quasi esaurito: e la tiratura era di circa 5mila copie [il manuale è anche scaricabile qui gratuitamente].
L'Isfol dispone di dati propri sugli stagisti italiani?
No, per la rilevazione sul numero degli stagisti ci affidiamo all'indagine Excelsior di Unioncamere. E' una fonte che consideriamo affidabile, dato il consistente numero di aziende coinvolte nel monitoraggio. Secondo questa indagine, l'anno scorso in Italia sono stati attivati oltre 250mila stage.
La normativa che regola gli stage qui in Italia è adeguata alle esigenze dei giovani che cercano di entrare nel mondo del lavoro?
Sarebbe il caso che venissero diversificati anche a livello normativo i vari tipi di stage: quelli fatti durante le scuole superiori sono ben diversi da quelli fatti durante l'università, e così via. In più, il periodo dei «18 mesi dalla laurea» è davvero lungo, e rischia di intrappolare e danneggiare i ragazzi meno intraprendenti. Ed è vero anche che dello stage oggi molti abusano. Come Isfol noi non possiamo chiaramente sostituirci al legislatore: possiamo però stimolare politiche attive e dare consigli utili ai giovani, affinché traggano il massimo beneficio dagli stage e sappiano come evitare le truffe.

domenica 21 dicembre 2008

FORMAZIONE, PERCHÈ NESSUNO AIUTA I RAGAZZI A SCEGLIERE LA SCUOLA GIUSTA?

Che aiuto ricevono a scuola i ragazzi per decidere cosa fare da grandi? Ben poco, se non nullo. Le superiori e poi l'università vengono scelte più in base all'amico del cuore, ai consigli di mamma e papà, alla suggestione del momento, piuttosto che attraverso una seria riflessione su cosa si vorrà fare nella vita.
Altrove funziona un po' meglio. Per esempio, in Svizzera. Alla fine del ciclo di studi primario, per i ragazzini di 10-11 anni c'è il cosiddetto «anno di orientamento», che sfocia in una prima selezione. In base alla pagella gli alunni vengono smistati tra scuole medie terminali (diventeranno idraulici, elettricisti etc.) e scuole medie professionalizzanti, in preparazione a istituti superiori (che li porteranno a fare gli infermieri, i maestri d'asilo, i geometri, i fisioterapisti etc). I migliori (quelli con la media dell'otto) accedono alle scuole medie preginnasiali, propedeutiche ai licei. All'università infatti si entra solo con un diploma di maturità liceale. C'è da dire però che, se qualcuno si "sveglia tardi" e comincia a studiare magari a 14 anni, può fare uno speciale esame per passare da un ordinamento all'altro.
La cosa interessante è che in ogni scuola opera un consigliere d'orientamento, col quale ciascun alunno fa più colloqui per essere aiutato a scegliere il percorso scolastico migliore. Il consigliere parla con il ragazzo, sonda le sue inclinazioni e aspettative, lo sottopone a test, studia le sue pagelle. Il consigliere dà anche informazioni su quanto è facile - o difficile - trovare lavoro in un determinato settore, in modo che nulla sia ignoto prima della scelta.
In più in ogni scuola c'è un grande librone, sempre consultabile, in cui sono elencati tutti i mestieri possibili e immaginabili, con la spiegazione dei passaggi necessari per arrivarci
. Per esempio sotto la voce "medico" c'è scritto qualcosa tipo «liceo, università, facoltà di medicina per tot anni, poi specializzazione...»; sotto la voce «commissario di polizia» c'è scritto «liceo, università, facoltà di psicologia, specializzazione in criminologia...» e così via.
La missione dei consiglieri d'orientamento è far sì che il passaggio dalla scuola al lavoro sia fluido: operano quindi come
«smistatori» per evitare che troppi vadano all'università senza averne realmente bisogno (o capacità), e che quelli che scelgono di andarci non si concentrino - come purtroppo avviene qui in Italia - sulle stesse facoltà.
Perchè non copiare anche in Italia questo sistema, almeno per quanto riguarda la presenza di consiglieri d'orientamento nelle scuole? Basterebbe anche solo un professore incaricato di dedicare 2 ore all'anno a ciascun allievo.

martedì 16 dicembre 2008

DIMMI CHE LAUREA HAI E TI DIRÒ CHE STAGISTA SEI

Mi scrive Aldo, animatore dell'interessante blog Italiansinfuga, per chiedermi: in cosa sono laureati gli stagisti? Esistono dei dati su quali sono i corsi di laurea che più frequentemente sfociano in stage? Un ingegnere ha le stesse probabilità di fare uno stage rispetto a un laureato in Lettere?
La risposta, purtroppo, è: chi lo sa. Statistiche non ce ne sono: gli stagisti italiani non vengono contati, né suddivisi a seconda di qualche parametro - che potrebbe essere appunto il titolo di studio, l'età, la regione di residenza.
Attraverso questo blog è stata più volte invocata una riforma della normativa sugli stage, che preveda tra le altre cose anche un'indagine annuale su chi sono gli stagisti, da dove vengono e dove vanno, che titolo di studio hanno, in cosa sono laureati, quanti sono. Sulla base di questo tipo di dati i ragazzi potrebbero scegliere con più consapevolezza la facoltà universitaria!
Certo, è intuitivo che alcune lauree - tipo Scienze della comunicazione - siano diventate una sorta di autostrada verso lo stage; mentre altre, in prevalenza scientifiche, lo siano meno. Però ormai nessun «pezzo di carta» mette al riparo dalla folle situazione del mercato del lavoro italiano: anche i blasonati e ricercatissimi ingegneri - che un tempo si favoleggiava venissero assunti ancor prima di finire l'università - spesso si ritrovano nella magica girandola degli stage, dei contratti a progetto e dei lavori sottopagati.
Diventa sempre più cruciale il momento della scelta del dopo scuola superiore. Che fare? Purtroppo oggi la maggior parte dei diciottenni sceglie un po' alla cieca. Ci vorrebbe in ogni scuola italiana un serio servizio di counselling per gli adolescenti, con esperti formatori capaci di orientare non solo,
in una prospettiva a medio raggio, verso la facoltà giusta - ma anche verso il mestiere giusto.

venerdì 12 dicembre 2008

MICHEL MARTONE E LA PAURA CHE PARALIZZA I GIOVANI

L'altro giorno ho acceso Sky Tg 24 e mi sono imbattuta in Michel Martone. Il professore, che potrei definire giovane-e-dalla-parte-dei-giovani, parlava proprio del futuro che si apre per noi qui in Italia: incognite, difficoltà, tranelli, mancanza di meritocrazia, mancanza di fiducia. A un certo punto ha detto una cosa che mi ha colpita: nei 20-30enni c'è tanta paura. Paura di non farcela, di sbagliare, di prendere una strada diversa, di cadere e non riuscire a rialzarsi. Una paura che paralizza anche le menti migliori, che impedisce di prendere in mano la propria vita, rischiare, osare.
E mi è venuta in mente una ragazza che mi ha scritto qualche settimana fa per raccontarmi la sua storia. Laureata in Chimica, assunta a tempo determinato in un'azienda che con questa materia ha ben poco a che fare, si sente frustrata e ha fatto tanti colloqui per trovare un altro posto, ma è stata sempre rimbalzata con le motivazioni più disparate. Ora sta accarezzando l'idea di fuggire all'estero, magari per un master: «Ma ho ancora molti dubbi. La più grande paura è tornare in Italia (perché ho intenzione di farlo) e trovarmi senza un lavoro all'alba dei 30 anni». Nella mail spiega che già adesso durante i colloqui le dicono che è troppo qualificata... «Ho paura di fare la scelta sbagliata partendo» confida «ma non voglio lavorare per tutta la vita in ambienti poco stimolanti e che non mi aiutano a crescere».
Così, mentre sullo schermo guardavo Michel Martone, pensavo a questa 27enne che nella ricca e operosa Lombardia si sente soffocare e non riesce a trovare uno sbocco professionale - malgrado una di quelle lauree scientifiche che tutti invocano. E che è paralizzata dall'angoscia di fare un passo falso, di lasciare il certo per l'incerto, di non riuscire a raggiungere i suoi obiettivi, di dover rendere conto ai genitori - che la sostengono ma non incoraggiano la sua fuga all'estero - di un eventuale fallimento.
La paura, è vero, troppo spesso cammina al nostro fianco. E a volte, come una nonna con il nipotino, ci frena proprio sul ciglio di una strada, impedendoci di attraversare.

martedì 9 dicembre 2008

QUANTI RAGAZZI TROVANO LAVORO ATTRAVERSO LO STAGE?

Quando si parla di stage, c'è una domanda da un milione di dollari che rimane sempre sospesa nell'aria. La domanda è: servono davvero a trovare lavoro? Sottotitolo: quanti ragazzi vengono assunti dopo aver fatto uno stage?
Ogni tanto arriva qualcuno e la spara grossa. Cifre strombazzate, spesso poco attinenti alla realtà, talvolta basate su indagini e ricerche effettuate su campioni che definire risicati è un eufemismo... Insomma, il legame che lega lo stage al lavoro è nella maggior parte dei casi un po' labile, e certi proclami risultano quasi ridicoli.
In questo mare magnum c'è però uno studio serio, di cui già avevo parlato nel post Per chi suona lo stagista - Non per le piccole imprese. Si tratta dell'indagine Excelsior effettuata annualmente da Unioncamere su oltre 100mila imprese. Unioncamere nell'ultima rilevazione (Excelsior 2008) ha aggiunto una domanda. Ha chiesto a tutte le aziende che avevano preso stagisti nel 2007: quanti ne avete assunti, o intendete assumerne nel corso del 2008? La risposta è: in media, il 12,9%. Il dato fluttua a seconda della grandezza delle imprese: le microimprese (da 1 a 9 dipendenti) e le piccole imprese (da 10 a 49) hanno risposto che prevedono di assumere meno del 10% dei loro stagisti. Per le medie imprese (da 50 a 249 dipendenti) la percentuale sale al 15%. Se poi si considerano le grandi imprese (oltre 250 dipendenti), la percentuale schizza al 28% (segno evidente che qui lo stage è un momento formativo decisamente propedeutico all'assunzione).
Questo è un dato serio. Ha ancora un margine di imprecisione, perchè comprende anche l'intenzione futura di assunzione (che non è poi verificabile, e potrebbe anche risolversi in un nulla di fatto). La percentuale degli stagisti effettivamente assunti è, verosimilmente, un po' più bassa: a naso, potrei dire intorno al 10%.
Ma questo 12,9% ha valore statistico e sociologico. È un dato - forse l'unico, ad oggi - di cui i giornali potrebbero (e dovrebbero) parlare. Perchè è un dato che si basa su fatti, non su chiacchiere o ipotesi.
(Altri due dati emersi da questa indagine sono importanti per conoscere meglio l'universo stage. Il primo: 12 imprese su 100, in Italia, utilizzano stagisti. Il secondo: a livello numerico, gli stage attivati nel corso del 2007 sono stati 256mila. Ma a questi dati sarà opportuno dedicare prossimamente un post intero!).
La questione, a questo punto, è: va bene che solo uno stagista su 10 venga poi assunto? Le aziende della Lista dei Buoni DOC dimostrano percentuali di assunzione dopo il tirocinio nettamente più alte (fino all'80-90%!). Ci si può quindi accontentare del 10-13%?

mercoledì 3 dicembre 2008

STAGE PER I NEOLAUREATI: LE UNIVERSITÀ ITALIANE E LA QUESTIONE DEI 18 MESI DI «COPERTURA»

Le università favoriscono, attraverso gli uffici stage e job placement, gli stage per i loro studenti. E garantiscono anche agli ex studenti una copertura: i famosi 18 mesi dopo la laurea. In pratica, cioè, svolgono il ruolo di enti promotori, pagano l'assicurazione Rc e sbrigano le pratiche con l'Inail.
C'è però una questione controversa: questi 18 mesi vanno intesi come termine ultimo per realizzare gli stage, o semplicemente per attivarli? La questione non è di poco conto.
Nel primo caso l'università intende il limite dei 18 mesi in maniera restrittiva, e copre il neolaureato per stage che vengano non solo cominciati, ma anche terminati entro un anno e mezzo dalla laurea. Nel secondo caso invece l'università accetta di farsi ente promotore per tutti gli stage che vengano attivati prima di quel termine - è il caso, per esempio, di un tirocinio di sei mesi attivato al 17esimo mese dopo la laurea: qui ovviamente la copertura arriva di fatto al 24esimo mese.
Ho svolto una mini indagine su una decina di atenei italiani: ne è risultato che quasi tutti interpretano la normativa in maniera estesa, tranne l'università di Torino. Che spiega: «Il nostro Ateneo mantiene un atteggiamento prudenziale: cerchiamo di far concludere i tirocini entro i 18 mesi. Questa è anche l'indicazione che ci è provenuta dalla Direzione Provinciale del Lavoro».
Dalla Crui, la Conferenza dei rettori delle università italiane, specificano - rifacendosi all'articolo 33 della Costituzione:
«Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato» - che ogni ateneo è libero di scegliere come regolarsi. E il ministero dell'Università non ha mai fornito agli atenei indicazioni in merito all'interpretazione da preferire: nessuna direttiva o circolare per guidare l'operato dei singoli uffici stage.
Così la maggior parte dei neolaureati per l'attivazione di un tirocinio può contare sulla propria università fino a un giorno prima dello scadere dei 18 mesi; mentre una minoranza un po' iellata ha diritto a una copertura «ristretta».
Io sono molto favorevole al decentramento e alle autonomie locali: però credo che alcuni aspetti andrebbero uniformati, specialmente se creano piccole grandi disparità tra regione e regione, tra città e città, tra laureati e laureati.

lunedì 1 dicembre 2008

MASSIMO LIVI BACCI: STAGE ALL'ETÀ GIUSTA E 20MILA EURO A OGNI 18ENNE PERCHÉ DIVENTI AUTONOMO

Massimo Livi Bacci, autore del libro Avanti giovani alla riscossa, è professore di Demografia, promotore del sito Neodemos.it e oggi anche senatore. Con la Repubblica degli Stagisti ha fatto il punto sulla situazione dei giovani italiani.
Professore, c'è chi dice che i laureati che escono oggi dall'università non sappiano niente e non siano in grado di produrre se non dopo una formazione "aggiuntiva" - spesso, appunto, lo stage. Questa critica è fondata? Davvero l'università non riesce più a rendere i giovani capaci di affrontare il mondo del lavoro?
C'è molta esagerazione e autoflagellazione in queste critiche. Il numero di laureati tra il 2000 e il 2007 è più che raddoppiato, da 140mila a 300mila: questa "democratizzazione", naturalmente, ha comportato diversi costi. L'offerta formativa si è diversificata oltre il giusto; la didattica si è frammentata in modo esagerato. Occorre sicuramente una riqualificazione, un diverso modo di percorrere - con passo cadenzato sulla durata legale dei corsi - il ciclo formativo. Ma il laureato "medio" è, probabilmente, non molto diverso dal laureato medio di dieci anni fa.
Nel suo libro lei afferma che in Italia «si può essere apprendisti in senso tecnico-giuridico fino a trent’anni, distorcendo il significato di un termine che indicava, per un ragazzo non ancora uomo, la fase dell’apprendimento artigianale a bottega». Questo ragionamento si può applicare anche agli stage?
Il paragone calza: come l'apprendistato, anche lo stage deve essere fatto al momento e all'età giusta, e non deve diventare una forma surrettizia di lavoro dipendente gratuito o semi gratuito offerto anche a trentenni! Quello che manca però in Italia è la propensione a mescolare le esperienze di studio con esperienze di lavoro, cosa che invece accade in altri Paesi d'Europa.
A quale età - o dopo quanto tempo dalla fine degli studi - un giovane dovrebbe dire STOP agli stage, e accettare solo offerte di lavoro "vere"?
Difficile dirlo. Un giovane che avesse completato il ciclo triennale in tempo, a 22 anni, potrebbe dedicare i successivi 2-3 anni ad esperienze varie: viaggi, stage, lavori a termine per “esplorare” il mondo circostante - ma poi credo sia tempo di cercar lavoro. Altro discorso è per chi si laureasse a 27 o 28 anni...
A livello normativo, gli stage possono essere non pagati e possono durare anche fino a 24 mesi. La legge andrebbe rivista?
Penso proprio di sì.
Lei ha presentato qualche mese fa un disegno di legge che prevede di dotare ogni italiano di un piccolo capitale al compimento della maggiore età, per «incentivare il conseguimento dell’autonomia finanziaria da parte dei giovani». Quali sono i punti-cardine di questa proposta? In quali Paesi si utilizza questo metodo?
La proposta consiste in un contributo pubblico annuale ("fondo"), intestato ad ogni nuovo nato. Al compimento dei 18 anni il fondo – pari a un po' più di 20mila euro - entra nelle disponibilità del giovane: se questi intende avviare un'attività professionale, imprenditoriale, completare la formazione ecc., il fondo può essere integrato da un prestito garantito dallo Stato (prestito di autonomia). Tre sono gli obbiettivi: 1) sostenere i giovani nella ricerca dell'autonomia; 2) sollevare i genitori dall'ansia e dai costi che la dipendenza del giovane oramai adulto determina; 3) se l'autonomia viene raggiunta prima, anche le scelte di vita vengono accelerate - e tra di esse unione e riproduzione, oggi sempre più schiacciate verso i 35-40 anni e causa non ultima della bassa natalità.
Qualcosa di analogo accade in Inghilterra; negli Stati Uniti, invece, è molto diffuso il sistema del "prestito d'onore" con le banche. Purtroppo però il ddl non è stato ancora calendarizzato, e giace nella polvere dei cassetti della Commissione Lavoro.

giovedì 27 novembre 2008

LO STAGISTA VA IN ERASMUS

Qualche anno fa un film, "L'appartamento spagnolo", aveva fotografato in maniera ironica e quasi commovente la realtà degli studenti in giro per l'Europa col programma Erasmus. Festini, case condivise, amicizie e relazioni (in ogni senso) internazionali: e a dire il vero ben poco studio.
Da oggi, lo studente Erasmus però non è - necessariamente - un fancazzista: potrebbe anche essere uno stagista! La novità infatti si chiama Erasmus Placement, progetto promosso dall'Unione Europea e rivolto agli studenti universitari che desiderano andare all'estero non per studiare, ma per fare un'esperienza lavorativa attraverso uno stage. Con un piccolo incentivo anche economico: 600 euro al mese versati dall'università di provenienza (però indipendentemente dal costo della vita nel Paese di destinazione - e questa è certamente una pecca, perchè il valore reale della cifra sarà ben diverso per uno stagista Erasmus a Parigi rispetto a un suo collega a Sofia!).

Possono fare richiesta tutti coloro che sono iscritti all'università, anche per master o dottorati.
La durata del tirocinio può variare, a scelta, da 3 a 12 mesi (attenzione però, la borsa di studio copre un massimo di sei mesi); attraverso questi stage si ottengono anche crediti formativi.
Nella maggior parte delle università le selezioni per i tirocini che inizieranno a gennaio 2009 sono già chiuse, in qualcuna c'è ancora qualche giorno per presentare richiesta.
Se si vuole progettare un'esperienza Erasmus Placement all'estero, però, conviene cominciare a pensarci per tempo - per l'anno prossimo. Anche perché il programma è ancora in rodaggio e presenta alcune difficoltà: per esempio, nella maggior parte dei casi sembra che gli studenti debbano trovarsi da soli l'azienda dove fare lo stage. Quindi è bene muoversi in anticipo!
Magari qualche stagista Erasmus che ha partecipato negli anni scorsi ai progetti pilota ha voglia di raccontare la sua esperienza?

mercoledì 26 novembre 2008

AGGIORNAMENTI SUL PROGETTO FIXO: VOLATA FINALE

FIxO ha sfondato quota 12mila: tanti sono i neolaureati che finora hanno partecipato al progetto. Un’iniziativa del ministero del Lavoro per incentivare gli stage "orientati all'inserimento lavorativo", che prevede un contributo statale di 200 euro al mese a favore del tirocinante (anche se qualche università ha deciso di utilizzare quei fondi in altra maniera) e un bonus di 2300 euro per quelle aziende che, al termine dello stage, decidano di fare un contratto di almeno 12 mesi.
Ad oggi quindi, a fronte di quasi 30mila candidature, sono stati attivati più di 12mila tirocini – di questi, circa 4400 sono già conclusi. E sembra che il progetto stia dando qualche buon frutto: finora il 10% dei ragazzi, al termine del periodo di stage, ha ottenuto un contratto vero.
I dati precisi sui risultati saranno disponibili tra qualche mese: ora è in corso la volata finale, per attivare gli ultimi 3mila tirocini disponibili prima del giugno 2009, quando il progetto Fixo - salvo proroghe - si concluderà.

venerdì 21 novembre 2008

LA RISCOSSA DEI BAMBOCCIONI SECONDO MASSIMO LIVI BACCI

L’han chiamato «il libro dei bamboccioni»: si intitola «Avanti giovani alla riscossa – come uscire dalla crisi giovanile in Italia» (Il Mulino) e l’ha scritto Massimo Livi Bacci, professore di Demografia all’università di Firenze e oggi senatore. Per dire forte e chiaro che la «sindrome del ritardo» nei giovani («si finiscono gli studi più tardi, si entra dopo nel mercato del lavoro, ci si trattiene più a lungo nella famiglia dei genitori, si mette su famiglia con circospetta prudenza») è un elemento negativo per l’intera società (ed economia) italiana. Una situazione che non viene percepita in tutta la sua gravità perché le famiglie suppliscono, integrando gli stipendi troppo bassi dei loro figli e fungendo in pratica da ammortizzatori sociali durante il periodo di formazione – ormai dilatato all’inverosimile – e anche dopo.
Livi Bacci sottolinea che, per quanto riguarda i laureati, l’Italia è in posizione anomala rispetto al resto dell’Europa, perché ne ha pochi e quei pochi sono pure pagati malissimo: «Per gli studenti che si avviano agli studi universitari le prospettive di impiego e di guadagno non sono brillanti».

Quanto poi al post-laurea: «In Italia si può essere apprendisti in senso tecnico-giuridico fino a trent’anni, distorcendo il significato di un termine che indicava, per un ragazzo non ancora uomo, la fase dell’apprendimento artigianale a bottega».

Il professore chiude dicendo, insomma, che non si può esser giovani fino a quarant’anni. Dovrebbero ricordarselo un po’ tutti: gli uffici risorse umane quando propongono uno stage a un trentenne, lo Stato quando versa 800 euro al mese a un ricercatore, i genitori quando si ritrovano per casa un figlio che ha passato gli «enta». Ma soprattutto dovremmo ricordarcelo noi, sempre, per ritrovare la voglia e il coraggio di far valere le nostre ragioni e di partecipare alla vita pubblica ed economica di questo Paese.

domenica 16 novembre 2008

SVIZZERA, STAGE A CINQUE STELLE PER RIQUALIFICARE I DISOCCUPATI

In Svizzera anche gli adulti possono fare stage. Sì, ma stage a cinque stelle!
Lì esiste un ente «Assicurazione disoccupazione»
che funziona in base a un unico concetto: colmare – anche attraverso uno stage tutte le eventuali lacune che potrebbero impedire al disoccupato di ottenere di un nuovo posto di lavoro. Possono usufruire di questo servizio tutti i lavoratori dipendenti (ogni datore di lavoro deve pagare questa piccola assicurazione) e tutti i lavoratori indipendenti che decidono di pagarla volontariamente.
Quindi gli uffici di collocamento gestiscono gli stage per gli adulti. Ma come? Secondo due tipologie di tirocinio: quello professionale (reinserimento nello stesso ambito lavorativo) e quello di formazione (passaggio ad altro ambito professionale). Nel primo caso, gli impiegati dell’ufficio di collocamento analizzano il curriculum di ciascun disoccupato ed eventualmente propongono uno stage per implementare un certo tipo di competenze. Questo stage può avere una durata massima di sei mesi, prorogabili fino ad altri sei solo per decisione dell’ufficio di collocamento (non dell’azienda ospitante, quindi). In ogni momento, ovviamente, lo stage può essere interrotto in favore di un contratto. Durante lo stage la persona continua a ricevere il sussidio dell’ente, pari al 70% della media degli ultimi sei mesi di stipendio (comunque mai meno di 1200 euro al mese – la somma viene anche modulata in base alla situazione personale, es. un single prenderà meno di un padre con figli a carico). Della somma erogata allo stagista-disoccupato, l’impresa versa il 25%.
Lo stage formativo può durare solo tre mesi e viene svolto sia lavorando presso aziende sia frequentando corsi (lingua, informatica etc). Anche in questo caso lo stagista-disoccupato continua a percepire il sussidio.
In Svizzera l’anno scorso sono stati attivati circa 2000 stage professionali (1700 in aziende private e 300 nell’amministrazione pubblica). Inutile dirlo: inserito in un sistema così virtuoso, lo stage assume un’aura luminosa!

mercoledì 12 novembre 2008

LO SCINTILLANTE MONDO DELLA FORMAZIONE – IL RACCONTO DI GABRIELE

Gabriele, 27 anni, pugliese, mi manda come contributo per il blog il racconto di un colloquio che ha fatto di recente. Laureato in Scienze economiche statistiche e sociali alla Bocconi di Milano, Gabriele ha già alle spalle anche un master e due stage.

Colloquio alle 15 a Piccarello, periferia di Latina. Esco di casa per prendere a Termini il treno delle 13:49 - arrivo previsto ore 14:29.
Mi fanno accomodare in una stanza ricolma di poster dei carabinieri, poi mi chiedono di seguirli in un ufficio. Qui entra un uomo sulla quarantina. «Io non leggo mai i curricula prima del colloquio» esordisce con accento siciliano «Mi parli di lei». Attacco: studi, liceo, l'università a Milano, il master a Roma, alcuni giri per l'Europa e quindi: «Cerco lavoro». Dopo molte chiacchiere inutili, l’uomo arriva al punto: «Ecco in cosa consiste l'offerta di lavoro per cui l'abbiamo chiamata». Prende un foglio bianco su cui fino ad allora aveva solo scarabocchiato. «Noi non facciamo contratti a tempo indeterminato» (gli avevo detto che nella vita volevo qualche sicurezza). «In questi casi infatti gli impiegati smettono di lavorare. Io stesso sono a progetto da otto anni» (contento lui!). Disegna due colonne e continua: «Offriamo un contratto a progetto, ma un po' diverso, migliore. Di solito questo tipo di contratti» e inizia a compilare una delle due colonne «non prevedono malattia, trasferte, buoni pasto, vacanze... Noi invece offriamo ferie, buoni pasto, indennità per le trasferte ma non la malattia» (compila anche l'altra colonna) «Quando ci abbiamo provato, c'è stato un aumento improvviso dei malanni e ovviamente non possiamo permettercelo». Annuisco per compiacere. Mi sto vendendo per il classico piatto di lenticchie...
Dice: «Cerchiamo persone disposte a lavorare come consulenti presso i clienti. Ma questo percorso non assicura crescita professionale e diamo solo 1000 euro lorde al mese. Oppureee» (con enfasi) «potresti entrare nel nostro team informatico come applicativo. Assicuriamo un aumento della produttività esponenziale» (fa una specie di grafico che si impenna) «Offriamo uno stage gratuito di 4-5 settimane, poi 4 mesi a 400 euro e altri 4 a 800 euro. Un corso di formazione di altissimo livello».
Visto che andare un mese a Latina a mie spese mi sembra una follia, decido di smontare le sue affermazioni farlocche attingendo alla grande rabbia che nutro per tutto ciò che sa di lavoro non retribuito o mal pagato, che al sud chiamiamo più onestamente lavoro nero. E inizio la mia riscossa: «Per me le parole hanno un senso, farebbe meglio allora a chiamare quel che sta offrendo non “stage gratuito” ma “stage non retribuito”. Ci sono miei amici che fanno corsi di formazione in azienda e vengono pagati. E comunque questo mi sembra un percorso ad ostacoli». Lui, sulla difensiva: «Ma il nostro è un corso estremamente professionalizzante». Io: «Allora dovremmo anche dirvi grazie?!» Lui: «Certo, perchè quando si esce dall'università non si ha la minima idea del mondo del lavoro e non si hanno conoscenze pratiche». Io: «Per me gli anni di studio hanno avuto un valore. Vuole dire che lei all'università non ha imparato niente?». Lui: «Insomma, le interessa o no la nostra offerta?». «NO» rispondo deciso e, tirando fuori il biglietto del treno, concludo: «Per venire a Latina ho sostenuto delle spese, me le rimborsate?».